• 28 Gennaio 2026 13:54

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“E ven la fin dal mont!”. Il terremoto del Friuli del 1976 raccontato con gli occhi dei bambini: libertà, comunità e nostalgia. A cinquant’anni dalla tragedia.

Un progetto dell’Associazione Int di Cuje APS (Tarcento) con il contributo del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia.

Nel cinquantesimo anniversario, l’Associazione Int di Cuje APS di Tarcento presenta “E ven la fin dal mont! Una bambina friulana nel terremoto del 1976”, un libro che si affianca alla memoria collettiva del sisma con una prospettiva inedita e sorprendente: quella dei bambini che vissero quegli anni come un’avventura, e che oggi, a cinquant’anni di distanza, possono finalmente dare un nome a quel che ha significato davvero.

Il progetto editoriale è stato reso possibile dal contributo del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, nell’ambito del Regolamento per la concessione di contributi a iniziative in grado di promuovere e valorizzare il territorio regionale. Il volume, a cura di Paola Treppo, fotografa, giornalista e scrittrice friulana che da anni cura la memoria locale perché non si disperda, raccoglie testimonianze inedite e le memorie dei bambini di Coja, con il ricordo di chi fondò la scuola “Monsignor Camillo Di Gaspero” in quei giorni difficili, oltre a numerosi documenti d’archivio e immagini storiche.

“E ven la fin dal mont!” (“Arriva la fine del mondo!”, da un’esclamazione reale di nonna Regina Felicita Monsutti nella sera del 6 maggio) porta alla luce aspetti particolari di quell’esperienza collettiva come il paradosso dell’infanzia felice nel trauma: «Per noi bambini fu un’avventura infinita: villaggi di baracche dove giocare liberi, nuovi paesi trasformati in teatri fantastici, spazi dove sperimentare l’incredibile. Non sapevamo di vivere un tempo straordinario» scrive Treppo. Mentre gli adulti lavoravano per ricostruire, i bambini vivevano in una libertà senza precedenti. Correvano tra i cantieri, esploravano i boschi, si autogovernavano nei villaggi prefabbricati. Svilupparono un’autonomia precoce e un senso di responsabilità che li avrebbe marcati per sempre. Una dimensione raccontata con profondità e delicatezza, da chi visse realmente quegli anni.

E poi la nostalgia per le baracche: «Quando finalmente andammo a vivere nelle nostre “case nuove”, ci disperdemmo. Quella vita tutti insieme, fatta di voci sempre presenti, di grida, di schiamazzi da mattina a sera, di eterni giochi e di porte mai chiuse a chiave, rimase un ricordo che avremmo custodito con nostalgia».

La vita nelle baracche aveva anche aspetti positivi: la solidarietà, la condivisione, la comunità che si creò nei villaggi prefabbricati di Plan di Paluz e Coja, e a Tarcento, furono un’esperienza unica che scomparve con il ritorno alla normalità.

Il permesso di piangere, dopo mezzo secolo: «Questo libro è dedicato a chi si dà finalmente il permesso di piangere, dopo cinquant’anni». Per cinque decenni i friulani hanno incarnato la resilienza, senza mai fermarsi a elaborare emotivamente il trauma. Hanno ricostruito “mattone dopo mattone, senza versare una lacrima”. Oggi, a distanza di tanto tempo, forse abbiamo trovato uno spazio protetto, vero, per un’elaborazione necessaria.

L’eredità inconscia: la generazione del “non si sa mai”: «Tra le eredità di quel tempo ci sono gli accumuli di alimenti nelle credenze, le scorte di tutto, i generatori in cantina, le stufe a legna conservate anche dopo l’arrivo del gas metano. Per scaramanzia e per stare tranquilli, e perché non si spreca. Nella consapevolezza che poco si può di fronte alla furia della natura e all’inesorabilità del destino». Un’analisi psicologica profonda di come il terremoto abbia plasmato un’intera generazione. Comportamenti che sembrano normali (fare scorte, conservare tutto, essere sempre pronti) sono fanno parte anche dell’eredità permanente di quel 6 maggio 1976. Il libro identifica e nomina questa eredità inconscia, aiutando le nuove generazioni a comprendere atteggiamenti e paure dei loro genitori e nonni.

La ricostruzione invisibile: quella delle persone. «Il terremoto del Friuli ha ricostruito case e strade, e ha ricostruito persone. Ha forgiato un’intera generazione che si porta dentro un’eredità particolare, fatta di saggezza, prudenza, accortezza». La ricostruzione non fu solo quella fisica, straordinaria, ma anche quella interiore. Il libro documenta come il sisma abbia creato una nuova identità friulana, forgiando persone capaci di adattarsi, di reinventarsi, di trovare soluzioni creative. Ancora una volta: dopo la miseria e l’emigrazione. Ancora una volta ripartire daccapo: un’eredità che va oltre le case e le strade. È l’eredità del cuore che ci rende così sensibili oggi, ancora di più, rispetto a chi è nella difficoltà e a chi vive nell’emergenza: che porta subito a un’azione concreta quando serve, senza tante parole.

Il libro documenta con dettagli inediti due esperienze educative straordinarie nate dall’emergenza: la scuola in tenda di Coja, dove la maestra Liliana Cecconi continuò a insegnare creando con i bambini il giornalino “Rosis e fruz e fluriran simpri” (“I fiori e i bambini fioriranno sempre”), raccogliendo le voci dei frazionisti, e la scuola “Monsignor Camillo Di Gaspero”, fondata da don Antonio Villa tra i prefabbricati della “Domus Mariae” a Tarcento, completamente gratuita, sostenuta dalla solidarietà. Un’istituzione che continua ancora oggi, custodendo la memoria di quella rinascita. Nel 2026 compie mezzo secolo di vita.

Il volume raccoglie memorie personali, documenti ufficiali inediti, lettere, fotografie d’epoca e testimonianze dirette. Dalle piante dei prefabbricati “Premedil” ai progetti delle “case nuove”, dalle ricevute degli acquisti per la ricostruzione alle immagini dei villaggi di baracche innevati: ogni pagina è un tassello di memoria collettiva.

Le voci istituzionali. Il volume si apre con prefazioni di Mario Anzil, Vicepresidente e Assessore alla Cultura della Regione Friuli Venezia Giulia, di Roberto Revelant, Presidente dell’Associazione Comuni del Terremoto e Sindaci della Ricostruzione del Friuli, di Mauro Steccati, Sindaco di Tarcento, e Silvia Fina, Assessore alla Biblioteca e al Turismo di Tarcento, e di Alex Franz, Presidente dell’Associazione Int di Cuje. Paola Treppo è fotografa, giornalista e scrittrice friulana; da anni raccoglie le testimonianze orali delle tradizioni del Friuli storico. Autrice di “Le Madonne Vestite del Friuli”, “I morti raccontano i vivi”, “L’America di Irene” e altri volumi sulla memoria friulana.

«La gente non aveva più nulla, se non sé stessa. A spingerci ad andare avanti fu il conforto degli affetti, la necessità di aiutare gli altri, quelli che stavano peggio di noi. Sapevamo, nel nostro cuore, che i paesi sarebbero tornati su. Affrontammo, così, un giorno dopo l’altro, tutte le difficoltà che aveva portato con sé la devastazione, camminando con dignità tra le macerie».” (Annamaria Monsutti)